Quia sol et scutum est Dominus Deus.

Alfie ha deposto il suo scudo.
A noi raccoglierlo e continuare la battaglia.

Venerdì 28 aprile, A. D. MMXVIII. Memoria di S. Luigi Maria Grignion de Montfort.

La condanna a morte del piccolo Alfie Evans viene eseguita presso l’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool alle ore 2:30 locali: in un rarissimo momento di assenza del padre, un’infermiera gli somministra quattro farmaci, che immediatamente ne destabilizzano i parametri vitali e in due ore pongono fine alla sua esistenza.

Non conosciamo la patologia di cui era affetto Alfie, perché l’AH non ha mai eseguito una diagnosi e ha pervicacemente rifiutato ai medici di altre strutture sanitarie di poter visitare il bambino.

È l’ultimo atto di un accanimento tanatologico condotto con glaciale determinazione da parte di un intero sistema politico, sanitario e giudiziario nei confronti di un neonato e dei suoi giovanissimi genitori.

Il fastidioso granellino nell’ingranaggio dell’efficiente macchina di morte inglese, ha rivelato al mondo l’inganno che si cela dietro la maschera pietista dei solerti esecutori del best interest.

Secondo i medici inglesi Alfie avrebbe dovuto morire dopo poche settimane dal ricovero, quindici mesi prima, perciò gli è stata negata la tracheostomia, che gli avrebbe consentito di respirare autonomamente e l’avrebbe preservato dal contrarre le infezioni dovute all’intubazione protratta per un tempo così lungo.

Per il giudice Hayden, invece, il piccolo sarebbe deceduto dopo pochi minuti dal distacco del dispositivo di respirazione artificiale, effettuato il 23 aprile alle 22:15, ora italiana. Ed effettivamente sarebbe stato plausibile, perché nemmeno i polmoni di un individuo perfettamente sano avrebbero ripreso la propria funzionalità – senza il necessario svezzamento – alla rimozione violenta della ventilazione, applicata per oltre un anno consecutivo.

Eppure il miracolo implorato dalle migliaia di persone in preghiera a Liverpool e nel resto del mondo si verifica: alle 16:00 del giorno successivo Alfie respira autonomamente e le sue condizioni sono stabili.
Grazie anche alla respirazione bocca a bocca praticata al piccolo dalla sua mamma e dal suo papà – in seguito alla negazione dell’ossigeno, come da protocollo, da parte del personale “sanitario” – che si sono alternati nella notte in questa nuova e commovente elargizione di vita. Nuova: perché successiva al suo concepimento e non meno significativa nell’impetrare (anche senza tutta la coscienza…) la Speranza e la Potenza, che il mondo ostacola (un altorilievo intitolato “LA CONCEZIONE”, dello scultore del primo novecento Adolfo Wildt, ben raffigura questa finalità dei genitori: nell’opera distinta nel soffio maschile e nella ricezione femminile).

È l’ennesimo smacco per il sistema eugenetico britannico, che dopo vari tentennamenti e false promesse di trasferimento altrove, cerca di stroncare la resistenza del bimbo con la privazione di ogni nutrimento per 36 ore, la negazione dell’ossigeno e della terapia antibiotica per contrastare l’infezione polmonare contratta in seguito all’estubazione. Per perseguire questo scopo dispiega un numero di poliziotti intorno e dentro l’ospedale, sufficienti a domare una guerriglia urbana.

Ma è solo con la somministrazione furtiva dei quattro misteriosi farmaci che si elimina definitivamente il piccolo Alfie.

Quattro ore dopo Tom, il padre, scrive:
“My gladiator lay down his shield and gained his wings at 02:30. Absolutely heartbroken. I LOVE YOU MY GUY.” (fonte).

“Il mio gladiatore ha deposto il suo scudo e si è guadagnato le ali.”

Subito ci sono venute in mente le parole del salmo: “Sole e scudo è il Signore Dio”.

Abbiamo pensato che fosse necessario fare qualcosa per non disperdere il fiume di grazie che Alfie ci ha donato, mantenendone vivo il ricordo e in tal modo alleviando il dolore della sua perdita.

Thomas ha utilizzato la forma “lay down”, riferita allo scudo di Alfie, traducibile con il verbo “deporre” (e “posare”) che ha una grande ricchezza e varietà di significati.

Deporre: “Porre giù, togliersi di dosso […]. Differisce da posare, non solo perché più solenne, ma anche perché esprime l’intenzione di non riprendere subito o di non riprendere più l’oggetto deposto. […] per indicare la testimonianza resa alla presenza del giudice” (dal vocabolario Treccani).

Mentre un sacerdote, don Maurizio, ci ha suggerito queste definizioni per la parola SCUDO, perfettamente aderenti alla vicenda di Alfie.

“Scudo: difesa, protezione, casa.
Lo scudo non è segno di attacco (violenza), ma di protezione da un mondo violento. Diventa segno di casato, di identità, di riconoscimento.
Il bambino nel grembo materno è protetto dalla placenta e dall’acqua (il liquido amniotico, ndr).

IL PRIMO LUOGO PROTETTO È IL GREMBO.”

IL GREMBO MATERNO È IL PRIMO SCUDO DELL’UOMO.

Abbiamo pensato di realizzare dieci scudi che riportano sul lato frontale, oltre all’iconografia propria, delle frasi che invitano alla riflessione (attingendo a mons. Caffarra, Chesterton, don Divo Barsotti, ven. Fulton Sheen…) e sul retro ciascuna lettera che compone il nome ALFIE EVANS. Anagrammato, si legge: SAVE A LIFE. Rimanendo fuori la N, abbiamo pensato ad una nuova e significativa aggiunta: ecco la parola NOW (e due scudi in aggiunta, con il retro per la O e la W, a completare il numero 12).

SAVE A LIFE NOW: SALVA UNA VITA ORA.

A sottolineare l’urgenza di questa battaglia. E l’unione della vita minacciata, ORA: nel ventre materno o in un letto d’ospedale.

Grazie alla collaborazione di Virginia Coda Nunziante e di Raffaella Frullone, i dodici scudi di Alfie hanno sfilato in occasione della Marcia per la Vita del 19 maggio scorso (primo link, con articolo da lifesitenews, foto durante il percorso; secondo, al termine della marcia, sul palco).

La scelta degli aspiranti scutiferi ha privilegiato gli aderenti  a diverse associazioni: Militia Christi, Ora et Labora in difesa della Vita, Sentinelle in piedi… a significare l’unione e l’amicizia che ci accomunano nella difesa dei principi non negoziabili, come del resto la marcia ha dimostrato.

Come ci insegna la Chiesa Cattolica, l’unione è anche con la comunità dei santi, così, riportiamo la sallenda dai primi vespri in onore dei S.S. Gervaso e Protaso (18 giugno, nella liturgia ambrosiana), che ci è parsa molto indicata:

Ambrogio disse:
“A te grazie, Signore Gesù:
quando la Chiesa avverte più grande
il bisogno di aiuto,
tu risvegli lo spirito dei martiri.
Sappiano tutti quali difensori io ricerchi:
quelli che ancora sanno proteggere
e più non possono venire assaliti”.

Qui, il testo di Sant’Ambrogio originale:
“Ti ringrazio, Signore Gesù, perché hai suscitato per noi gli spiriti così potenti di questi santi martiri, in un momento in cui la tua Chiesa sente il bisogno di più efficace protezione.

Sappiano tutti quali difensori io cerco, capaci di proteggermi ma incapaci di offendere. Tali difensori io desidero, tali soldati ho con me; non soldati del mondo, ma soldati di Cristo.
Per tali difensori non temo alcun risentimento, perché la loro protezione è quanto più potente tanto più sicura. Voglio che essi difendano anche quelli che me li invidiano.
Vengano, dunque, e vedano le mie guardie del corpo: da tali armi non rifiuto di essere circondato. Sebbene questo sia un dono di Dio, tuttavia non posso negare la grazia che il Signore Gesù ha concesso ai tempi del mio episcopato; poiché non merito di essere martire io stesso, vi ho procurato almeno questi martiri.”

Da due mesi nell’Eternità. Ci chiami alla fede, piccolo grande Alfie. Al cospetto di Dio Padre e Giudice.

 

Scritto a quattro mani da Alessandro Roverselli e Wanda Massa.
Giovedì 28 giugno – S. Ireneo di Lione e S. Giovanni Southworth.