La prima sentenza di morte nella storia della Repubblica Italiana: la vicenda di Eluana Englaro

Alle 20:24 del 9 febbraio 2009, il dottor Amato del Monte, primario di rianimazione della clinica “La Quiete” di Udine, telefona a Beppino Englaro per comunicargli che alle 20.10 sua figlia Eluana è spirata.

Tre giorni prima, il 6 febbraio, i medici avevano sospeso l’alimentazione e l’idratazione artificiali che la tenevano in vita. Quindi Eluana non è morta naturalmente, ma è stata uccisa in uno dei modi più atroci e disumani: di fame e di sete.

I volontari che si sono prestati ad assolvere questa missione omicida avevano pianificato ogni dettaglio del progetto, costituendo preventivamente un’associazione, denominata “per Eluana”, della quale facevano parte lo stesso Amato De Monte e diversi medici e personale infermieristico, al fine di coordinare le varie fasi del protocollo di morte: dall’irruzione a notte fonda all’Ospedale di Lecco per strappare la ragazza alle amorevoli cure delle suore misericordine, al trasferimento in ambulanza nella clinica di Udine fino all’esecuzione della sentenza finale.

E’ fondamentale ricordare che alimentazione e idratazione artificiali non sono strumenti di accanimento terapeutico, ma il semplice nutrimento che viene somministrato ad una persona disabile per tenerla in vita. La convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità (2 marzo 2007) cita all’art. 25 comma f: “Gli Stati Parti riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del più alto standard conseguibile di salute, senza discriminazioni sulla base della disabilità. […] In particolare, gli Stati Parti dovranno: prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di cure e servizi sanitari o di cibo.”

Alice Ricciardi Von Platen, membro della commissione medica di osservatori del tribunale militare americano al processo di Norimberga contro i crimini nazisti, faceva giustamente osservare che: «La dimensione raggiunta dall’eutanasia negli istituti tedeschi dimostra come, una volta intrapresa la strada dell’annientamento delle cosiddette vite indegne, non ci siano più limiti: sostenuti da considerazioni di carattere ideologico e materiale si annienta la vita anormale sino al punto in cui non si è annientata la vita stessa». È certo che una sola uccisione ne provocherà altre centinaia se non si rinnega fino in fondo l’ideologia che l’ha generata.

Ma per comprendere come si sia giunti a tali livelli di disumanità, è utile ripercorrere la vicenda umana di Eluana.

Eluana Englaro nasce a Lecco, in Lombardia, il 25 novembre 1970. Il 18 gennaio 1992, giovane matricola alla facoltà di lingue di Milano, di ritorno da una festa in un paese vicino, perde il controllo dell’auto e subisce un incidente molto grave. Viene curata, giudicata clinicamente guarita, pur rimanendo una disabile grave, come efficacemente sintetizzato da Gianluigi Gigli, ordinario di neurologia all’università di Udine: «Eluana non è in coma, è in stato vegetativo […]. La differenza è fondamentale: non vive a letto, dorme e si sveglia, non è attaccata a un respiratore, muove gli occhi. Non può alimentarsi autonomamente, ma sta bene e non assume farmaci».

Viene quindi trasferita nella Casa di Cura “Beato Luigi Talamoni” di Lecco e affidata per 17 anni alla cure delle suore, che si affezioneranno a lei al punto da considerarla come una figlia. Non era quindi una malata terminale, né affetta da dolori particolari, né rappresentava un onere per la sua famiglia e, se non fosse stata uccisa, avrebbe potuto vivere a lungo.

A distanza di 7 anni dall’incidente, il padre della ragazza, Beppino Englaro, fatta richiesta di diventare il suo tutore, inizia un’agguerrita battaglia legale, spalleggiato dal Partito Radicale per ottenere l’interruzione della somministrazione di acqua e cibo e mettere così fine alla vita della propria figlia. Questo estenuante e ideologico iter giudiziario termina il 9 luglio 2008 quando la Corte d’Appello Civile di Milano concede l’autorizzazione ad interrompere il trattamento di idratazione ed alimentazione, che mantiene in vita Eluana, sulla base della presunta volontà dell’interessata. Ed è qui che ci sono molte ombre su come tale volontà sia stata ricostruita dal padre e dai giudici.

Troppe le testimonianze discordi da quelle raccolte dalla Corte di Appello di Milano: diverse amiche, due insegnanti e persino una lettera – mai messa agli atti – che contraddice quanto invece dedotto dai giudici. Ma questi fatti, resi pubblici sul quotidiano Avvenire e raccolti in un esposto presentato alla Procura di Milano, vengono incredibilmente ignorati.

Nel caso di Eluana alcuni benpensanti, nell’appoggiare la scelta di Beppino Englaro, sostenevano che nessuno possa sapere più di un genitore che cosa è bene per suo figlio. Sarebbe interessante appurare per quale ragione se la richiesta è di staccare la spina o di togliere un sondino, il genitore valga più del medico, ma se, al contrario, è quella di mantenere la spina attaccata o il sondino posizionato, il rapporto si capovolge e genitore vale meno del medico. Questa è una logica davvero perversa. E’ ideologia.

Eluana, in realtà, nonostante fosse in stato “vegetativo” o più precisamente di “minima coscienza”, era pienamente “vitale”, nel senso che i suoi processi biologici funzionavano alla perfezione e le persino tornato un regolare ciclo mestruale.

Tale è stato l’accanimento del padre nel por termine all’esistenza della figlia, che ha sempre impedito che venissero mostrate foto non solo di Eluana, ma neppure della stanza dov’era ricoverata, documentazione, che avrebbe confutato inequivocabilmente le menzogne che circolavano su certa stampa progressista e che verranno smentite solo dopo la relazione dell’autopsia sul corpo della giovane.

Allo stesso modo si è rifiutato categoricamente di sottoporre la figlia alle terapie più all’avanguardia nel trattamento dei pazienti in stato vegetativo, nonostante gli venissero raccomandate dai medici.

Il senatore Gaetano Quagliarello il 3 marzo 2017 così commentava sull’Occidentale: “Eluana non è morta, Eluana è stata ammazzata”. Perché da ex radicale, dato biografico che certamente non rinnego, credo profondamente nella libertà della persona e chiamo le cose con il loro nome. E, se si mette da parte l’ipocrisia, la storia della morte di Eluana Englaro non è certamente una storia di libertà.

L’ostinazione con cui è stata condotta questa vicenda, l’insistenza con cui si è cercato di far morire Eluana in una struttura pubblica va ben oltre la battaglia personale di suo padre (che poteva benissimo portare la figlia a casa per attuare il suo piano). Questa estenuante campagna mediatica e giudiziaria è stata un’azione ideologica volta a sdoganare nel nostro paese una mentalità e soprattutto una legislazione eutanasica, aggirando il consenso popolare e con la complicità di giudici, che non dovrebbero legiferare, ma limitarsi a garantire il rispetto delle leggi.

Si è arrivati in questo modo al dicembre del 2017, anno in cui è stata varata la legge sul fine -vita: numero 219 sulle Disposizioni Anticipate di trattamento (DAT), che ha un contenuto sostanzialmente eutanasico, stravolge, modifica, minaccia la professione medica e lede alla base il rapporto di fiducia tra medico e paziente. Crea inoltre le premesse per l’introduzione di un’eutanasia non consensuale, dove gli handicappati, gli anziani ammalati, le persone in stato di incoscienza, i neonati prematuri a rischio di disabilità sono considerati un peso per la famiglia e la società e sono quindi meritevoli di soppressione. Nel best interest di tutti. Le storie di Charlie Gard, Isaiah Haastrup, Alfie Evans sono solo alcuni tragici esempi di questa deriva ideologica.

Eluana Englaro è stata dunque condannata a morte legalmente con l’autorizzazione dei giudici, in quanto, secondo i sostenitori dell’eutanasia, in seguito agli irreversibili danni fisici subiti nell’incidente stradale, rispecchiava appieno la condizione di vita indegna di essere vissuta; si è voluto affermare un principio contrario alla nostra civiltà e al bene comune: l’esistenza di vite non meritevoli di essere vissute. Una prospettiva questa evidentemente ideologica e pericolosa se pensiamo che in passato era legale la schiavitù o la deportazione degli ebrei, rendendo evidente che non sempre legalità è sinonimo di giustizia, come ciò che è legale non sempre è anche moralmente etico. Il grande bioeticista Mario Palmaro ci metteva in guardia sottolineando l’ambiguità e la falsità di una concezione basata sulla qualità della vita, che avrebbe potuto in futuro ridurre, se non addirittura eliminare, il dovere di curare un malato incosciente, «per cui non solo le persone in stato vegetativo, ma anche pazienti in coma, con danni cerebrali gravi, malati di mente, neonati, potranno essere assimilati al caso di Eluana, e “lasciati morire”».

Eluana Englaro in Italia, così come, in precedenza, Terri Schiavo negli Stati Uniti e oggi Vincent Lambert in Francia vengono utilizzati, loro malgrado, come simboli, vittime sacrificali di un’ideologia di morte e a favore della legalizzazione dell’eutanasia, bandiere ideologiche da contrapporre a chi si batte per la Vita.

Come ultima beffa, la Regione Lombardia è stata costretta dalla Corte d’Appello di Milano a risarcire Beppino Englaro con l’enorme somma di 164mila e 453 euro per aver impedito in tutto il territorio lombardo il distacco del sondino, che alimentava e idratava la figlia, ovvero per non aver accettato di ammazzarla. In questa triste vicenda, è stato il prezzo che siamo stati costretti a pagare per restare umani.

In tale scenario desolante, in un’Europa dominata dalla cultura della morte, diventa fondamentale rievocare le parole di Papa Benedetto XVI:

L’eutanasia è una falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell’uomo, la vera risposta non può essere infatti dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano. Siamone certi: nessuna lacrima, né di chi soffre, né di chi gli sta vicino, va perduta davanti a Dio.

Giorgio Celsi
Wanda Massa

 

Per non dimenticare Eluana Englaro e non vanificare la sua morte

L’associazione “Ora et Labora in difesa della Vita” organizza un Rosario di testimonianza per la Vita il prossimo 9 febbraio 2019. L’appuntamento è alle 15:45 davanti alla basilica di San Nicolò in Via San Nicolò 1 a Lecco.

Fumo lgbt a Caravaggio: una storia esemplare.

La vicenda ha inizio con una notizia pubblicata sul sito della diocesi di Cremona e da una testata locale: la programmazione del convegno denominato “Tavolo di dialogo fra diocesi lombarde e realtà cattoliche LGBT: quale presenza dei giovani LGBT nella Chiesa?” presso il santuario di Santa Maria del fonte a Caravaggio, il 18 novembre 2018.

La locandina dell’evento, dove campeggiano i colori dell’arcobaleno invertito – rappresentativo di un umanesimo senza Dio, del trionfo della gnosi sulla genesi –  ci informa che l’iniziativa nasce dalla collaborazione tra l’associazione “Cammini di Speranza” – sezione Lombardia e la Diocesi di Cremona; l’obiettivo è di avviare un percorso di reciproca conoscenza, apprezzamento e accoglienza, avvalendosi anche del contributo di rappresentanti lombardi del “Progetto Giovani LGBT” e di “genitori con figli LGBT”.

La prima impressione che se ne riceve è di sconcerto: è davvero inquietante l’espressione “realtà cattoliche LGBT”, che ponendo sullo stesso piano la dimensione religiosa e quella relativa all’orientamento sessuale, di fatto contribuisce a legittimare e di conseguenza ad approvare comportamenti contrari all’ordine naturale, perciò definiti disordini nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 2357/58).

Lo stesso vale per i termini “giovani LGBT” e “genitori con figli LGBT”, che risultano riduttivi e degradanti perché definiscono una persona in base al proprio orientamento sessuale.

Sconcertante è anche la scelta del luogo che ospita l’evento: Santa Maria del fonte a Caravaggio, santuario che è nel cuore di milioni di fedeli in Italia e nel mondo, luogo sacro di indubbio rilievo nella devozione mariana.

Proprio a Caravaggio, il 20 giugno del 1992, S. Giovanni Paolo II rivolse un appassionato discorso ai giovani, richiamandoli alla bellezza della vita e alla necessità di impegnarsi nella sua difesa perché in ciascuna creatura umana rifulge l’immagine del suo Creatore:

Dovete dire e gridare che la vita è dono meraviglioso di Dio e nessuno ne è padrone, che l’aborto e l’eutanasia sono tremendi crimini contro la dignità dell’uomo, che la droga è rinuncia irresponsabile alla bellezza della vita, che la pornografia è impoverimento e inaridimento del cuore. Dovete anche ricordare che la malattia e la sofferenza non sono castighi o condanne, ma occasioni per entrare nel cuore del mistero dell’uomo; che nel malato, nell’handicappato, nel bambino e nell’anziano, nell’adolescente e nel giovane, nell’adulto e in ogni persona, brilla l’immagine di Dio. Ma, soprattutto, dovete gridare al mondo che la vita è un dono delicato, degno di rispetto assoluto: che Dio non guarda all’apparenza ma al cuore; che la vita segnata dalla Croce e dalla sofferenza merita ancora più attenzione, cura e tenerezza.”

Siamo agli antipodi dell’interpretazione distorta del Vangelo proposta dall’associazione “Cammini di Speranza”, che scrive nel sito omonimo al capitolo relativo alla propria missione, di opporsi “ad una lettura esclusivista, fondamentalista e decontestualizzata del dettato biblico che contrappone l’unione eterosessuale all’unione omosessuale. Il progetto d’amore di Dio, che riguarda ogni uomo, non può essere compresso in forme statiche e storicamente determinate. I tempi sono maturi per porre, accanto alla famiglia eterosessuale tradizionale, anche il valore, non meno bello e ricco di simbolismo, delle coppie e delle famiglie lgbt”.

E’ utile ricordare, al riguardo, alcuni brani tratti dalla “Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali” (Epistula de pastorali personarum homosexualium cura) diffusa il 1 ottobre 1986 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede:

L’attività omosessuale non esprime un’unione complementare, capace di trasmettere la vita, e pertanto contraddice la vocazione a un’esistenza vissuta in quella forma di auto-donazione che, secondo il Vangelo, è l’essenza stessa della vita cristiana.”

Quando respinge le dottrine erronee riguardanti l’omosessualità, la Chiesa non limita ma piuttosto difende la libertà e la dignità della persona, intese in modo realistico e autentico.”

Questa Congregazione (per la Dottrina della Fede, ndr) incoraggia pertanto i Vescovi a promuovere, nella loro diocesi, una pastorale verso le persone omosessuali in pieno accordo con l’insegnamento della Chiesa. Nessun programma pastorale autentico potrà includere organizzazioni, nelle quali persone omosessuali si associno tra loro, senza che sia chiaramente stabilito che l’attività omosessuale è immorale.”

In definitiva questa iniziativa, più che un tavolo di dialogo, appare a tutti gli effetti una capitolazione alla mentalità del mondo, in opposizione a Cristo e al Vangelo, e perciò senza salvezza e senza speranza.

A questa amara constatazione si aggiunge l’aggravante di svolgersi in uno dei santuari italiani più amati e rappresentativi del mondo cattolico italiano.

Per tale ragione, insieme ad altri tre amici, predisponiamo una lettera indirizzata al Vescovo della diocesi di Cremona, al Rettore del Santuario e al Presidente del Consultorio “Punto famiglia”, per invitarli a rivedere la scelta di concedere luoghi sacri, come il Santuario di Caravaggio e gli ambienti ad esso collegati, ad una simile iniziativa che, più che un tavolo di dialogo appare a tutti gli effetti una capitolazione alla mentalità del mondo, in opposizione a Cristo e al Vangelo, e perciò senza salvezza e senza speranza.

 

Contemporaneamente ci documentiamo sull’associazione “Cammini di speranza”, consultando il proprio sito internet e la relativa pagina facebook.

Emerge subito con chiarezza il rifiuto del Magistero della Chiesa in merito alla pastorale delle persone omosessuali e la volontà di modificare il Catechismo della Chiesa Cattolica in merito, legittimando i matrimoni omosessuali e le adozioni gay attraverso la pratica dell’utero in affitto.

Riportiamo due passaggi esemplificativi tratti dal sito:

Cammini di Speranza  si oppone ad una lettura esclusivista, fondamentalista e decontestualizzata del dettato biblico che  contrappone l’unione eterosessuale all’unione omosessuale. Il progetto d’amore di Dio, che riguarda ogni uomo, non può essere compresso in forme statiche e storicamente determinate. […]

I tempi sono maturi per porre, accanto alla famiglia eterosessuale tradizionale, anche il valore, non meno bello e ricco di simbolismo, delle coppie e delle famiglie lgbt. […]

Lavoreremo e ci impegneremo per rinnovare insieme gli orientamenti pastorali nei confronti degli affetti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali affinché si comprenda quanto di buono essi esprimano e quanto il loro amore possa essere esempio di solidità e generosità per tutti. Sogniamo chiese che sappiano includere le coppie lgbt, abbracciarle e guidarle, affrancandosi dalle battaglie ideologiche, forte della consapevolezza che l’amore di Cristo è per tutti e per tutti è fonte di vita in abbondanza.

Nella sezione “RELIGO” del sito vengono ripercorse le tappe che hanno condotto alla formazione dell’associazionismo cattolico LGBT, inframmezzate da numerose testimonianze di persone omosessuali.

Vengono citati i documenti del Magistero che riguardano la cura pastorale delle persone omosessuali, in particolare l’“Homosexualitatis problema” redatto dalla Congregazione della Fede nel 1986, di cui viene riportato il giudizio sugli atti omosessuali come intrinsecamente disordinati.

Questi documenti vengono posti in contrapposizione a diversi atti del pontificato di papa Francesco, a partire dai quali gli autori individuano una legittimazione alle unioni e persino all’adozione omosessuale. Si riferiscono in particolare ad alcune decisioni pastorali, quali la nomina del gesuita americano James Martin a consultore della Segreteria per la comunicazione del Vaticano, a vari pronunciamenti, tra cui l’espressione “Chi sono io per giudicarvi?” rivolto alla comunità omosessuale mondiale, ma soprattutto all’enciclica Amoris Laetitia, nell’interpretazione di Damiano Migliorini (giovane filosofo appartenente alla comunità gay veneta).

A dimostrazione di quanto affermato vengono proposte una serie di testimonianze di coppie omosessuali che hanno acquisito dei figli con la tecnica della gestazione surrogata, meglio definita come “utero in affitto” (si veda ad esempio: Andrea Rubera e Dario de Gregorio responsabili del gruppo lgbt cattolico “Nuova proposta” di Roma).

Si ricorda come nel l’OMS nel 1990 abbia escluso l’omosessualità dalle malattie mentali. Viene quindi categoricamente respinta ogni possibilità di cura dell’omosessualità e demonizzata la terapia del dottor Nicolosi.

Continuamente viene stigmatizzata la transfobia e omofobia.

E’ inevitabile dedurre che considerare l’omosessualità un disordine della sfera sessuale o ritenerla una patologia e, in quanto tale, potenzialmente curabile, possa essere ascritto ad atteggiamento omofobico.

 

Otto giorni prima del convegno siamo convocati dal vescovo di Cremona Mons. Antonio Napolioni.

Una delegazione degli organizzatori gli consegna personalmente la lettera con 1922 firme, raccolte grazie alla collaborazione con l’associazione “SOS Ragazzi”. All’incontro è presente anche don Antonio Facchinetti, responsabile per la diocesi del catecumeno degli adulti e del diaconato.

Nessuna delle richieste dei fedeli, da subito ribattezzati “integralisti” dalla stampa progressista, viene presa in considerazione.

Per tali motivi, viene organizzato un Rosario a Caravaggio nello stesso giorno del convegno, primariamente come atto di omaggio alla Beata Vergine Maria e secondariamente come gesto di riparazione al convegno lgbt, che ha scelto questo luogo sacro come sfondo alla propria negoziazione sul Magistero della Chiesa cattolica.

Partecipano circa 60 persone, mentre le adesioni alla lettera aperta sono diventate 2600. La preghiera si svolge nella massima compostezza e raccoglimento.

Insieme ai misteri del rosario viene ripercorsa in cinque tappe la storia delle apparizioni della Madonna a Caravaggio ed è significativo leggere queste parole rivolte dalla Beata Vergine Maria a Giannetta il 26 maggio 1432:“L’altissimo onnipotente mio Figlio intendeva annientare questa terra a causa dell’iniquità degli uomini, perché essi fanno ciò che è male ogni giorno di più, e cadono di peccato in peccato.

Ma io per sette anni ho implorato dal mio Figlio misericordia per le loro colpe.

Perciò voglio che tu dica a tutti e a ciascuno che digiunino a pane ed acqua ogni venerdì in onore del mio Figlio, e che, dopo il vespro, per devozione a me festeggino ogni sabato.”

Qualche giorno dopo, il Corriere di Bergamo pubblica un articolo di Pietro Tosca intitolato “I gay cattolici traslocheranno. La scelta della Curia dopo la protesta al Santuario”. Il trafiletto cita: “Tradizionalisti, Forza Nuova e polizia: lettera di disagio dei sacerdoti al vescovo di Cremona. Difficilmente l’incontro si terrà ancora a Caravaggio nel 2019”.

Wanda Massa

Benvenuti nel mondo capovolto: paradossi del politicamente corretto

Secondo i benpensanti del M5S: la visione dell’aborto è raccapricciante, praticarlo è invece cosa buona, giusta e finanziata dalla collettività.

Un insegnante del liceo Galileo Galilei di Monopoli (BA), dopo aver invitato, lo scorso 4 dicembre, il MPV a parlare di interruzione di gravidanza, ha mostrato, durante l’ora di religione, ai propri alunni il documentario “L’urlo silenzioso” del 1984.

La lodevole iniziativa ha invece suscitato la durissima reazione di due deputati del M5S: Veronica Giannone e Luigi Gallo, che hanno presentato un’interrogazione al ministro Bussetti, contro quella che hanno definito una cruenta lezione pro vita.

E’ significativo chiedersi perché il documentario “L’urlo silenzioso”, che a suo tempo provocò la conversione del famoso medico abortista americano Bernard Nathanson (1926 – 2011), disponibile su internet da oltre 30 anni e già mostrato in numerose occasioni in scuole e oratori, sia da costoro ritenuto vietato ai minori di 18 anni, quando invece ai nostri minorenni è consentito abortire anche all’insaputa dei propri genitori (art. 12 della legge 194).

Perchè i nostri adolescenti non hanno diritto di usufruire del “consenso informato” previsto dalla legge 194?  Non sarà dovuto al fatto che se delle mamme rinunciano all’aborto sfumano i lauti guadagni degli ospedali abortisti? Senza considerare che non può esistere reale libertà di scelta, senza piena consapevolezza del proprio atto.

Perché, inoltre, questo video, che mostra senza infingimenti la verità dell’interruzione volontaria della gravidanza, viene definito “raccapricciante”, mentre lo stesso aborto viene invece generalmente considerato legittimo e persino un diritto?

Se infine per i pentastellati la visione dell’aborto agli adolescenti è un atto aberrante, perchè dobbiamo consentire loro di praticarlo e costringere la collettività a finanziarlo?

E non solo: siamo costretti a sovvenzionare le organizzazioni che promuovono l’aborto nel mondo, mascherandolo dietro l’ipocrita espressione “salute riproduttiva”.

E’ un fatto che purtroppo i nascituri non parlano, non votano, non possono difendersi; il loro è quel silenzio degli innocenti al quale persone coraggiose come quelle del Movimento per la Vita di Monopoli tentano di dare voce.

Senza contare che è quantomeno paradossale che qualcuno si lamenti perché  un documentario possa  urtare la sensibilità degli alunni di una scuola”, quando noi tutti siamo immersi in un mondo nel quale, in nome di pretestuosi diritti, quotidianamente subiamo immagini che ci feriscono nel profondo, senza poter far nulla per impedirlo.

Vale la pena ricordare a tutti – e in particolare ai numi tutelari del politicamente corretto e paladini del pensiero unico, che trovano piena cittadinanza nel M5S –  le parole infuocate di San Giovanni Paolo II: “La verità non va taciuta né detta a metà né ammorbidita”.

 

Giorgio Celsi

Wanda Massa

Il commissariamento di Militia Christi

La comunità di Familia Christi è stata fondata nel 2016 con Decreto Arcivescovile da S.E. mons. Luigi Negri e le è stata assegnata la Parrocchia di Santa Maria in Vado, una splendida basilica, in cui nel 1171 si verificò il famoso Miracolo eucaristico.

Prima dell’arrivo della comunità la chiesa versava in condizioni pietose, in un indecoroso abbandono frutto al contempo dell’incuria e della furia iconoclasta del Clero locale. Un gruppuscolo di fedeli cattocomunisti, che ivi trovava ricetto, all’insediamento dei reverendi padri si adoperò per sobillar loro contro i non pochi confratelli ultraprogressisti, che nondimeno trovarono in mons. Negri un convinto difensore della giovane comunità semi-conservatrice. Venne autorizzata la celebrazione della liturgia secondo il rito antico, accompagnata prudentemente dalla liturgia riformata, e spesso i sacerdoti di Familia Christi ebbero occasione di concelebrare il Novus Ordo in Cattedrale.

I parrocchiani erano più che felici della rinascita pastorale, liturgica e spirituale di Santa Maria in Vado, che nel volgere di pochi mesi tornò all’antico splendore, e soprattutto venne pulita a fondo, togliendo quella patina di trascuratezza ed abbandono, che l’aveva contraddistinta sino ad allora. Attorno alla comunità si raccolsero anche i membri del coetus fidelium di ferraresi ,che potevano così assistere alla celebrazione solenne della Messa e delle funzioni a norma del Motu Proprio.

Mentre la comunità di Familia Christi cresceva e si faceva apprezzare, in Curia si tramava già per il suo allontanamento, e con altrettanta alacrità si faceva di tutto perché la Fraternità San Pio X non avesse una propria chiesa, ma fosse confinata in un ex bar, che pure risulta elencato tra i luoghi di culto nell’Annuario Diocesano, con tanto di orari delle celebrazioni.

Le dimissioni di Sua Eccellenza e l’insediamento di Gian Carlo Perego dettero la stura alla persecuzione, che pure si era preparata con largo anticipo. Si iniziò con una prima Visita Canonica nella primavera di quest’anno, che i religiosi vissero con grande apprensione, ma anche con spirito di collaborazione. Questa prima visita doveva rappresentare un monitum destinato a moderare gli slanci tridentini dei sacerdoti, dei quali pure era nota l’assoluta ed incondizionata accettazione del Vaticano II.

Il 23 Giugno 2018, nonostante una raccolta di oltre 700 firme da parte dei fedeli, li si trasferì dalla grande Parrocchia nel centro di Ferrara alla chiesa non parrocchiale di Santa Chiara, lasciando i religiosi in una situazione di precarietà quanto alla loro dimora: si disse che sarebbero stati trasferiti dal convento dei Gesuati, loro concesso provvisoriamente fino a Settembre. Un mese dopo, a fine Luglio 2018, la Curia ingiunse loro di sospendere la celebrazione della Messa a norma del Motu Proprio, intimando il divieto di ammettere anche alla sola celebrazione privata qualsiasi fedele, sotto pena di sospensione a divinis. Contestualmente Familia Christi veniva anche allontanata dal convento in cui viveva la comunità, mettendo i monaci in mezzo alla strada.

Certo è che la condotta del Clero ferrarese e lo stato di progressivo ed inesorabile decremento nell’assistenza alla Messa domenicale, con il conseguente accorpamento di più parrocchie in unità pastorali, non pare legittimare le misure draconiane assunte nei riguardi della Fraternità Sacerdotale di Familia Christi, la cui Parrocchia contava un numero sorprendentemente alto di fedeli, specialmente alle funzioni in rito antico. Lo stato in cui versa la chiesa di Santa Maria in Vado, oggi, è tornato allo squallore precedente, nonostante Perego abbia accorpato ben quattro parrocchie in una unità pastorale per metter insieme pochi fedeli.

Parallelamente, l’Arcivescovo ha vietato ai suoi seminaristi di leggere libri e pubblicazioni di impostazione tradizionale: il Rettore ha dato le, dimissioni e dai 36 candidati agli Ordini che aveva grazie all’opera di mons. Negri oggi ne ha solo 4. Quando si dice primavera conciliare.

Il 1° Dicembre il Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei ha decretato il commissariamento dell’Istituto, nominando Commissario Plenipotenziario mons. Daniele Libanori S.J., vescovo Ausiliare di Roma, gesuita ferrarese: il prelato è stato seminarista dell’Arcidiocesi e ha ricevuto l’ordinazione a Ferrara nel 1977, dov’è rimasto incardinato sino alla sua entrata nella Società di Gesù nel 1991. Mons. Libanori è stato consacrato Vescovo il 13 Gennaio 2018. Ora ritorna a Ferrara per assumere il governo di Familia Christi: non è difficile supporre che nella sua città d’origine egli ritroverà non pochi confratelli ed amici, tra cui probabilmente anche coloro che hanno chiesto a Roma l’invio della Visita Canonica prima e del Commissario poi.

Tutto a norma del Codice di Diritto Canonico, ben s’intende.

 

Per approfondire

https://opportuneimportune.blogspot.com/2018/12/note-margine-di-provocare-lo-scisma-il.html

https://opportuneimportune.blogspot.com/2018/12/la-battaglia-nella-chiesa-prima-della.html

http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2018/12/provocare-lo-scisma-patrick-archbold.html

https://www.marcotosatti.com/2018/12/04/la-misericordia-colpisce-ancora-commissariata-familia-christi-a-ferrara-troppa-tradizione-sgarbo-a-negri/

 

 

Ringraziamenti

“L’umanità deve entrare in una forma di resistenza”.

Il Cardinal Robert Sarah subito dopo queste parole (dal libro La forza del Silenzio. Contro la dittatura del rumore), si domanda: “Che diventerà il nostro mondo se rinuncerà a cercare spazi di silenzio?”. Preservando la lettura, o meglio la meditazione, di questo stupendo libro, crediamo che, come sia un compito arduo contrastare il rumore, così non possiamo esimerci dal portare la nostra voce – modulata sulla preghiera – a conferma della nostra fede. In tal senso, avvertiamo anche che il cardinale ci esorta a condurre la buona battaglia con armi e modi che sono sconosciuti e spesso incomprensibili al mondo. Memori del suo insegnamento, ci siamo affidati all’intercessione della Beata Vergine Maria, che proprio a Caravaggio ha ricordato all’umile contadina Giannetta di aver pregato sette anni dinanzi al trono del Figlio, per evitarci i meritati castighi e condurci sulla via della conversione e della salvezza.

Qui vogliamo ringraziare i molti, uniti a noi in fraterna amicizia; in particolare quanti hanno affrontato viaggi di parecchi chilometri per unirsi a noi.
Tutti accomunati dallo stesso desiderio di rendere onore alla Santa Vergine del Fonte presso Caravaggio.

Con loro ricordiamo anche le associazioni che hanno incoraggiato e sostenuto la nostra iniziativa:

Comitato Miguel Agustín Pro
Nova Civilitas
Ora et Labora in difesa della Vita
SOS Ragazzi
Tradizione Famiglia e Proprietà

Il nostro grazie anche ai numerosi amici, che impossibilitati a raggiungere il santuario, si sono uniti spiritualmente a noi in preghiera.

Infine un pensiero di riconoscenza particolare al giornalista Marco Tosatti: dando voce al ritrovo di domenica sul proprio sito, ha fatto sì che due affezionati lettori di Padova ci raggiungessero a Caravaggio.
Si lavora per l’Unico.

W e A

foto Rosario

 

 

Vi trascineranno davanti ai loro tribunali per causa mia (Mt 10, 16)

Giorgio e Silvana
“Quando si dice la Verità si è invincibili, qualunque sia l’avversario”, affermava San Tommaso d’Aquino.
Silvana de Mari l’ha magistralmente dimostrato nell’udienza del 30 ottobre alla sezione penale del Tribunale di Torino.

La dottoressa e scrittrice Silvana De Mari, con l’ausilio dell’avv. Mauro Ronco, si è difesa molto bene da tutte le fantasiose imputazioni a suo carico: ha portato in aula fatti e prove scientifiche, a sostegno delle sue tesi, contro le accuse pretestuose e infondate della lobby LGBT.
Affrontando il dibattimento con la grinta di un leone, ha offerto paradossalmente la sua migliore conferenza.
Ad un certo punto, il Pubblico Ministero le ha chiesto se fosse consapevole di aver utilizzato nei suoi libri dei termini ingiuriosi nei confronti degli omosessuali; a questa illazione, lei ha replicato in modo molto pacato ed elegante, asserendo di essere veramente certa di non aver utilizzato termini ingiuriosi in quanto non si può ingiuriare dicendo la Verità.

L’udienza, iniziata alle 9:30 si è conclusa alle ore 12:30, quando il giudice ha fissato l’ennesima sessione per giovedì 13 Dicembre (festa di Santa Lucia!) sempre alle ore 9:30, nell’Aula 57 del Tribunale di Torino.

Ricordo che quella della De Mari è una battaglia che deve chiamare in causa ognuno di noi in quanto, quando è in gioco la verità, è in gioco il nostro futuro ed in particolare la libertà di pensiero e di parola, anche in considerazione del fatto che una malaugurata sentenza di condanna potrebbe costituire un gravissimo precedente giudiziario e causare danni irreparabili alle libertà costituzionalmente garantite.
E’ proprio vero che, come diceva George Orwell: “Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”, ma se in tanti avremo il coraggio e la determinazione di affermarla, possiamo essere certi che trionferà.

Giorgio Celsi